Ammetto di aver versato diverse lacrime nello scrivere questo articolo. Nessuno è privo di sentimenti, e penso che questa storia ne possa essere la dimostrazione. “La vita, la vita cos’è? È una favola tristissima” recita Sayf (prossimo al partecipare al Festival di Sanremo) nella sua canzone “Una cotta per te”. E nel caso che stiamo per affrontare, queste parole suonano come un’amara, ingiusta verità.
Domenico ha due anni e mezzo e vive a Nola, vicino Napoli. È nato con una cardiomiopatia dilatativa, una malattia che colpisce il muscolo cardiaco e indebolisce il ventricolo sinistro, causando affaticamento, gonfiore alle gambe e continui scompensi cardiaci. Nei casi più fortunati si interviene con farmaci — beta-bloccanti, diuretici o, se necessario, anti-aritmici. Ma per Domenico non basta: serve un trapianto.
Per un bambino così piccolo trovare un cuore compatibile in tempo utile è difficilissimo. Eppure, contro ogni pronostico, il 23 dicembre dello scorso anno arriva l’intervento tanto atteso. È una gioia immensa per i genitori, che tornano a sperare in una vita normale con il loro bambino.
Poi, ancora una volta, il destino si fa beffardo. Durante il trasporto dell’organo, secondo quanto emerso, ci sarebbero stati errori nella conservazione: probabilmente il cuore sarebbe stato riposto nel ghiaccio secco anziché in quello fresco. Dopo l’operazione il cuore non funziona come dovrebbe. Domenico finisce in terapia intensiva, attaccato alle macchine che lo tengono in vita. I medici cercano un altro organo, ma il tempo passa, e il tempo in questi casi è tutto. Gli altri organi iniziano a deteriorarsi. Un nuovo trapianto sarebbe troppo rischioso. Le sue condizioni diventano irrecuperabili. Non c’è più speranza: i genitori decidono di avviare le cure palliative, per alleviare almeno l’ultima parte della sofferenza.
E allora la domanda resta sospesa, pesante: perché? Perché la vita deve essere così crudele? Perché il male sembra vincere nei modi più subdoli?
Per quanto possa sembrare dura da accettare, la verità è che la vita non segue una logica morale. Le malattie esistono, gli errori umani esistono, la fragilità esiste. Quando questi elementi si intrecciano, il risultato può essere devastante. Ma questo non significa che il male “vince”. Significa che il mondo non è costruito su un principio di equità, ma come noi è imperfetto, umano.
Davanti a storie come questa cerchiamo un senso, una spiegazione che renda il dolore almeno comprensibile. E invece, a volte, c’è solo la realtà biologica e umana con i suoi limiti. Nessun messaggio nascosto. Nessuna lezione da imparare a forza. È una risposta che non consola, ma impedisce di trasformare la tragedia in colpa o in destino.
Forse l’unica cosa che possiamo fare è ricordarci quanto sia fragile il tempo che abbiamo. Imparare — per quanto sia difficile — a non rimandare l’amore, le parole buone, gli abbracci. La morte spaventa ogni essere umano, e non possiamo sfidarla a scacchi come nel “Il settimo sigillo”. Non possiamo negoziare con lei, né batterla con l’astuzia.
Forse l’unica ribellione possibile è non abituarci. Non accettare che sia “normale”. Continuare a indignarci, a pretendere responsabilità, a combattere perché nessun errore diventi una condanna, perché nessuna disattenzione cancelli un futuro.
Perché un bambino di due anni e mezzo non dovrebbe insegnarci cos’è l’addio, ma cos’è il domani.
Che il tuo nome non venga dimenticato.
Che la tua storia pesi sulle coscienze.
Che la terra ti sia lieve, Domenico.
