Venerdì 16 gennaio 2026, poco prima di mezzogiorno, all’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia è successo qualcosa che nessuno dovrebbe mai vedere a scuola. Uno studente di 19 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 18 anni, Youssef Abanoub, dopo una lite nata , secondo le prime ricostruzioni, per uno scambio di foto con una ragazza.
Youssef è stato portato subito all’ospedale Sant’Andrea, ma purtroppo in serata è morto per le gravi ferite. L’aggressore è stato arrestato poco dopo. Da quel momento, per molti studenti e insegnanti, quella scuola non è più solo “una scuola”.
Nei giorni successivi l’atmosfera è diventata pesantissima: studenti sotto shock, professori increduli, proteste davanti all’istituto e tante domande rimaste sospese. È tornato fuori il tema dei metal detector a scuola: possono servire? Possono davvero evitare tragedie come questa?
Forse possono aiutare, ma il problema va molto più a fondo.
Quello che è successo a La Spezia non sembra un caso isolato. Sempre più spesso sentiamo parlare di violenza tra giovani, dentro e fuori da scuola. Dietro a questi episodi ci sono emozioni che molti ragazzi conoscono bene: rabbia, gelosia, frustrazione, senso di esclusione.
Il punto è che nessuno ci insegna davvero come gestirle. Le teniamo dentro, facciamo finta di niente, finché qualcosa scatta e tutto esplode. E a volte basta una discussione, una parola di troppo, un messaggio sui social.
Se è vero che la scuola non può risolvere tutti i problemi è altrettanto vero che è uno dei pochi posti dove questi segnali potrebbero essere visti in tempo. Per questo non può essere solo un luogo di verifiche, interrogazioni e regole da rispettare.
Servono ascolto, dialogo e spazi sicuri, dove sentirsi liberi di parlare senza paura di essere giudicati. Servono adulti che sappiano fermarsi ad ascoltare davvero, e studenti che non abbiano paura di chiedere aiuto o di aiutarsi tra loro.
La sicurezza non nasce solo da controlli e regole più rigide, ma da relazioni vere, attenzione e responsabilità condivisa. Ricordare Youssef Abanoub significa impegnarsi perché nessuno si senta così solo o arrabbiato da arrivare a fare qualcosa di irreparabile.
Parlarne è già un primo passo.
