Negli ultimi mesi in Italia si è acceso un forte dibattito politico e sociale attorno al disegno di legge sulla violenza sessuale presentato dalla senatrice Giulia Bongiorno. Il provvedimento, spesso chiamato “DDL Bongiorno”, riguarda la definizione del reato di violenza sessuale e in particolare il ruolo del consenso nei rapporti sessuali.Il tema è molto delicato, perché riguarda direttamente la tutela delle persone che subiscono violenza. In origine il testo della legge approvato alla Camera introduce esplicitamente il concetto di “consenso libero e attuale”, cioè l’idea che un rapporto sessuale sia lecito solo se entrambe le persone sono chiaramente d’accordo. Nel passaggio al Senato, però, il testo è stato modificato: la parola “consenso” è stata sostituita con il riferimento alla “volontà contraria” o al dissenso della vittima. In pratica, secondo molti critici, questo cambiamento potrebbe rendere più difficile dimostrare una violenza sessuale, perché la vittima dovrebbe provare di aver espresso un rifiuto esplicito.
Proprio per questo motivo si sono sviluppate numerose proteste in tutta Italia. Il 28 febbraio migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per contestare il disegno di legge. Il corteo è partito da piazza della Repubblica ed è arrivato fino a piazza San Giovanni, con la partecipazione di associazioni femministe, centri antiviolenza, sindacati e cittadini. Gli slogan più ripetuti erano: “Senza consenso è sempre violenza” e “Chi tace non acconsente”.Secondo molte attiviste, il rischio è che con questa modifica si torni a mettere al centro del processo la vittima, chiedendole di dimostrare di aver detto “no”. Molte persone ricordano invece che in situazioni di violenza può succedere che la vittima resti paralizzata dalla paura, un fenomeno chiamato “freezing”, e quindi non riesca a reagire o a opporsi chiaramente.
Da ragazza di 16 anni, sento che questo dibattito non riguardi solo il diritto o la politica, ma qualcosa di molto più vicino alla nostra vita quotidiana: il modo in cui impariamo a stare con gli altri. Quando si parla di consenso non si parla soltanto di una parola in una legge, ma di rispetto, di libertà e di dignità.
Mi chiedo: davvero in una società che vuole dirsi giusta dobbiamo ancora discutere se il silenzio significhi consenso? Il silenzio può essere paura, può essere confusione: può essere il momento in cui una persona non riesce a reagire. Pensare che quel silenzio possa essere interpretato come un sì significa non comprendere fino in fondo cosa sia la violenza.Per questo lo slogan “Senza consenso è sempre violenza” mi sembra così potente. È una frase semplice, quasi ovvia, e proprio per questo colpisce. Perché ricorda qualcosa che dovrebbe essere alla base di ogni relazione umana: nessuno può decidere del corpo o della volontà di un’altra persona.
Come giovani spesso ci viene detto che siamo il futuro, ma in realtà siamo già il presente. Le relazioni che costruiamo oggi, il modo in cui impariamo a rispettarci, il linguaggio che usiamo, sono le basi della società di domani. E allora forse la domanda più importante non è solo quale legge approvare, ma che tipo di cultura vogliamo costruire.Una cultura in cui bisogna gridare “no” per essere ascoltati, oppure una cultura in cui il rispetto viene prima di tutto?
Io spero nella seconda. Perché il consenso non dovrebbe essere qualcosa da dimostrare dopo, in tribunale. Dovrebbe essere qualcosa di chiaro prima, tra due persone che si riconoscono come uguali e libere.
