Alla fine possiamo dirlo senza esitazioni: New York è davvero una “scommessa d’amore”. La osservi da lontano, tutta vetro e acciaio, e ti sembra quasi irreale; poi ci metti piede dentro e capisci che non stai semplicemente visitando una città, ma entrando in un’altra dimensione. Il MUNER 2026 è stato questo: un’esperienza da vivere, rivivere e rifare altre mille volte.
Le dieci ore di volo sono scivolate via tra film mezzi visti, partite a carte infinite e qualche ora di sonno, interrotto ogni tanto dalle turbolenze. Quando siamo atterrati al JFK erano circa le 19. I controlli erano severi, eppure c’era quell’adrenalina silenziosa che ti tiene sveglio anche quando gli occhi ti bruciano. In hotel siamo arrivati a notte fonda: stremati, ma con la sensazione netta di trovarci sulla soglia di qualcosa che ci avrebbe cambiati.
I primi tre giorni li abbiamo trascorsi nelle aule dell’hotel: la simulazione dell’ONU, completamente in inglese, non lasciava tregua. Le varie commissioni ci hanno spalancato davanti temi complessi (nel mio caso il greenwashing). C’era chi parlava con coraggio davanti a tutti e chi ascoltava in silenzio. L’ultimo giorno è arrivata anche la cantante Gaia, portando con sé un emozionante discorso sui sogni. Poi ha iniziato a parlare la città.
Il venerdì sera ci siamo immersi per la prima volta in Times Square: un’esplosione di luce che ti investe senza chiedere permesso. Gli schermi sembrano salire fino al cielo, i colori pulsano, la folla si muove come fossero un’unica persona. Il giorno dopo è stata la volta della Fifth Avenue. Davanti alla sede di Louis Vuitton ci siamo fermati più a lungo, presi dalla creatività stupefacente dell’edificio.
I pasti, invece, sono stati un’altra storia: Raising Canes, Shake Shack e quella sensazione di essere sempre a metà tra il peccato di gola e la nostalgia della cucina italiana. Ma anche questo fa parte della città: mangiare in fretta, tra una tappa e l’altra, perché c’è troppo da vedere per sedersi davvero.
La domenica ha segnato l’inizio delle visite “vere”. La Statua della Libertà si è mostrata tra nebbia e nuvole, con quel verde consumato dal tempo che la rende ancora più iconica. Poi Wall Street, con la sua rigidità elegante, e il World Trade Center. Al memoriale, il tempo sembrava essersi fermato. L’acqua scendeva costante, le rose posate sui nomi delle vittime raccontavano storie che non potremo mai ascoltare. Nessuno parlava. Nessuno ne aveva il coraggio. Solamente un silenzio assordante.
Il pomeriggio ci ha riportati alla vita: il ponte di Brooklyn si allungava davanti a noi come un enorme tappeto di legno e acciaio, due chilometri di vento, passi e foto scattate di continuo. Le serate in hotel erano un divertimento continuo: carte, risate e chiacchierate notturne. Perfino la stanchezza aveva un sapore diverso.
Il giorno dopo è stata la volta dell’American Museum of Natural History, con le sue sale immense, e del Met, dove opere come Apollo e Dafne di Canova e l’autoritratto di Van Gogh ti costringono a fermarti, anche se sei di fretta. E poi è arrivato l’ultimo giorno, quello che, inevitabilmente, resta addosso.
La mattina l’abbiamo trascorsa all’ONU, un luogo che sembra sospeso dal resto della città, uno degli unici punti realmente pacifici rimasti nel mondo. Ma il vero punto di svolta è stato l’Empire State Building. Dall’86º piano New York non è più una città: è un mare di gente, strade e vita che si estende in ogni direzione. Guardarla da lassù è come guardare il battito del mondo.
Infine, il Summit di notte. Le vetrate riflettevano le luci come frammenti di stelle. È lì che ho realizzato che quel sogno, il sogno di New York, lo stavo davvero vivendo, e che mi avrebbe seguito ben oltre quel viaggio.
Non è scontato, alla nostra età, avere una possibilità del genere. E forse è per questo che resterà per sempre. Non solo per ciò che abbiamo visto, ma per le persone con cui lo abbiamo condiviso: il gruppo, le professoresse, la tutor, le altre scuole da tutto il mondo che hanno partecipato. Perfino il ritorno in Italia, con quegli occhi lucidi sparsi tra i sedili dell’aereo, aveva il sapore di una fine troppo rapida.
New York ci ha accolti, travolti e cambiati. Ci ha mostrato quanto è grande il mondo e quanto possiamo diventarlo anche noi. Abbiamo lasciato un pezzo di cuore tra le sue luci: forse è questo il prezzo di ogni sogno realizzato. Il volo di ritorno ci ha riportati a casa, ma una parte di noi è rimasta lassù, sospesa tra i grattacieli. E sono certo che, prima o poi, ci tornerà.
