Venerdì 16 ottobre, nella Sala dei Quattrocento del Palazzo del Capitano del Popolo, noi studenti del Majorana-Maitani abbiamo avuto l’opportunità di partecipare all’undicesima edizione della Decade kantiana, iniziativa resa possibile grazie al lavoro e all’impegno del nostro emerito preside Franco Raimondo Barbabella. È stata un’occasione per avvicinarci al pensiero di Immanuel Kant attraverso le riflessioni di due filosofi, Massimo Donà e Massimo Adinolfi, che hanno affrontato questioni ancora oggi molto attuali, dai limiti della conoscenza al rapporto tra intelligenza umana e artificiale. Temi che, almeno in apparenza, possono sembrare lontani dalla vita quotidiana di uno studente, ma che in realtà ci portano a interrogarci su noi stessi, sulle nostre capacità e sul significato delle nostre scelte.
Il primo intervento ha approfondito il rapporto tra finito e infinito, soffermandosi sulla tensione che caratterizza l’esperienza umana. Secondo Kant, la conoscenza è come un’isola circondata da un mare tempestoso: possiamo muoverci entro i confini di ciò che conosciamo, ma oltre di essi si aprono interrogativi che riguardano, per esempio, Dio e l’anima, ai quali non possiamo dare risposte certe attraverso la ragione teoretica. Eppure, l’uomo continua a sentirsi attratto dall’incondizionato, da ciò che supera i limiti della propria esperienza.
Questa tensione affonda le radici nella stessa esperienza umana. È l’uomo a elaborare distinzioni tra finito e infinito, perfetto e imperfetto, cercando di dare ordine alla realtà. Se in Hegel le contraddizioni trovano un superamento attraverso il movimento dialettico, in Kant permane una tensione che non può essere definitivamente risolta.
Un ruolo importante è svolto anche dalla bellezza, affrontata da Kant nella Critica del giudizio. L’esperienza estetica permette di intravedere una dimensione di libertà persino nella natura, mettendoci di fronte al rapporto tra libertà e necessità, la filosofia, dunque, non elimina necessariamente le contraddizioni, ma ci aiuta a riconoscerle e a confrontarci con esse.
Con Massimo Adinolfi, la riflessione si è spostata sul significato del pensiero e sul rapporto tra intelligenza umana e artificiale. Attraverso un esempio scolastico, il filosofo ha posto una domanda apparentemente semplice: se a una classe di seconda elementare venissero assegnate cento addizioni, quale risultato sarebbe sufficiente per stabilire che gli alunni hanno davvero appreso il procedimento? Novantacinque risposte corrette su cento basterebbero? L’esempio evidenzia la difficoltà di stabilire criteri universali per valutare l’apprendimento e richiama un problema più ampio: tra una regola e la sua applicazione rimane sempre uno spazio di interpretazione.
La questione si collega al celebre saggio Computing Machinery and Intelligence di Alan Turing, pubblicato nel 1950, nel quale viene proposto il cosiddetto gioco dell’imitazione. È possibile distinguere un essere umano da una macchina sulla base delle loro risposte? Il problema non riguarda soltanto la capacità di fornire informazioni corrette, ma investe il significato stesso del pensare e ciò che caratterizza l’esperienza umana.
In questo contesto emerge il tema dell’autoriflessione: l’essere umano non si limita a conoscere e agire, ma può interrogarsi sul proprio pensiero e sul significato della propria esistenza. Anche se le macchine dovessero diventare capaci di svolgere numerosi compiti con maggiore precisione, resterebbe aperta la questione di che cosa significhi pensare. Il riferimento kantiano all’«io penso» richiama il problema dell’unità dell’esperienza e della coscienza, senza fornire una risposta definitiva alla questione dell’intelligenza artificiale.
I due interventi, pur affrontando temi differenti, convergono su una questione fondamentale: l’esistenza umana non può essere ridotta a un insieme di definizioni e risposte certe, tra ciò che conosciamo e ciò che rimane da comprendere, tra libertà e necessità, ci troviamo continuamente di fronte a contraddizioni e decisioni.
Da studenti liceali queste riflessioni ci toccano forse più di quanto potremmo immaginare. Ci troviamo in un momento in cui siamo chiamati a scegliere che cosa fare del nostro futuro, quale strada intraprendere e, in parte, anche chi vogliamo diventare. Spesso vorremmo avere risposte sicure, sapere in anticipo se una scelta sia quella giusta e avere la certezza di non sbagliare eppure il pensiero di Kant ci ricorda che esistono limiti che non possiamo superare e domande alle quali non sempre è possibile dare una risposta definitiva.
Anche la riflessione sull’intelligenza artificiale ci riguarda da vicino. In un mondo in cui possiamo ottenere informazioni e soluzioni in pochi secondi, viene spontaneo chiedersi se conoscere una risposta significhi davvero aver compreso qualcosa. Forse, come studenti, dovremmo imparare a dare più valore non soltanto al risultato, ma anche al percorso che ci porta a raggiungerlo: agli errori, ai dubbi e alla fatica di ragionare autonomamente.
La Decade kantiana ci ha ricordato, quindi, che la filosofia non è soltanto lo studio di autori vissuti secoli fa, ma un modo per leggere il presente e porci domande che continuano a essere attuali. Personalmente, credo che una delle lezioni più importanti emerse da questi incontri sia proprio questa: non dobbiamo avere paura di non sapere tutto, né considerare ogni dubbio come un segno di debolezza perchè volte è proprio il dubbio a spingerci a capire meglio le cose e a mettere in discussione ciò che diamo per scontato.
Crescere, in fondo, significa anche accettare di non avere sempre tutte le risposte, dobbiamo imparare a vivere con la contraddittorietà dell’esistenza, consapevoli di trovarci continuamente davanti a delle scelte. E forse è proprio questo il valore più grande della filosofia: non indicarci sempre una strada precisa da seguire, ma insegnarci a porci le domande giuste mentre cerchiamo la nostra.
