di Sara Bartoli
C’è un fantasma tra i corridoi di questa scuola. Non è nei piani nascosti o nei posti meno visitati, non è un tuo compagno di classe o qualcosa che fa rumore. Ci accompagna sulle sedie di legno alla prima ora o la sera prima di una verifica importante. Parliamo della paura improvvisa la domenica sera o il blackout totale davanti a un foglio bianco. Il battito accelerato durante il cambio dell’ora o la chiusura dello stomaco in attesa di un voto.
Chiamarla paura del compito è riduttivo, ed è il momento di parlarne: se ai tempi dei nostri genitori il voto rimaneva confinato nel libretto fino al fine settimana, oggi il registro elettronico lo trasforma in una notifica istantanea sul telefono. Lo studio è diventato uno show continuo, dove se ti fermi un secondo rischi l’anno.
Il problema è che ci hanno convinto che il voto rappresenti la persona, non valutando le nostre vere capacità, gli sforzi o semplicemente le nostre complessità emotive. Quante volte ti sei sentito dire da un professore o da un genitore la frase: mi aspettavo di più da te, so che puoi fare più di questo. Una frase che per loro è un innocente stimolo, ma che sulle spalle di uno studente si trasforma in un macigno. Diventa la conferma che anche se dai il tuo massimo non è mai abbastanza, e che il tuo valore è direttamente proporzionale a un voto.
La scuola non dovrebbe essere come un tribunale, o una gara a chi dorme meno la notte. Non dovrebbe portare al sacrificio di decidere tra l’avere una vita sociale e fare attività fuori da scuola, o il prendere un buon voto studiando e non rovinarti la media.
Questa costante richiesta di scegliere tra la nostra salute mentale e il nostro futuro ci sta portando a vivere gli anni più belli camminando costantemente su un filo sospeso nel vuoto. Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che quello che dovrebbe essere un posto in cui crescere somiglia più a un campo di battaglia, dove ognuno combatte la propria guerra silenziosa contro i numeri. Ci costringiamo a dei ritmi oramai insostenibili, rinunciando alle nostre passioni e al tempo per rilassarsi, pur di non vedere la media abbassarsi. Ma tutto questo, a quale prezzo? Passiamo cinque anni a rincorrere uno standard di perfezione che non ci appartiene dimenticando che un errore non è la fine del mondo, ma solo una tappa fondamentale per capire chi siamo. Un brutto voto sul registro non dovrebbe avere il potere di rovinare un’intera giornata, né tantomeno di farci sentire inferiori rispetto agli altri. Siamo arrivati al momento di ridimensionare il peso che diamo a tutto questo e ricordarci cos’è davvero la scuola. La scuola non valuta la tua intelligenza, valuta la memoria a breve termine e la tua resistenza allo stress in una determinata mattina del mese. Tu non sei quel numero sul registro.
