La procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società italiana di Glovo, ipotizzando il reato di caporalato e sfruttamento del lavoro ai danni di circa 40 mila rider italiani.
E’ la prima volta che l’accusa di caporalato non riguarda l’agricoltura, ma il cuore delle città moderne, un segnale chiaro: il caporalato può essere anche digitale.
Le indagini dei carabinieri hanno evidenziato un quadro preoccupante:
– paghe da fame: compensi fino al 77% sotto la soglia di povertà e oltre l’80% in meno rispetto ai contratti collettivi.
– turni estenuanti: ore di lavoro consecutive senza reali pause.
– finto lavoro autonomo: orari, zone e prestazioni controllate come in un lavoro subordinato, ma senza diritti.
– Nessuna tutela: niente ferie, malattia, contributi o assicurazione.
– Costi a carico dei rider: bici, scooter, carburante e manutenzione pagati dai lavoratori.
– Sfruttamento dello stato di bisogno: molti rider sono migranti in condizioni di fragilità economica.
Stiamo parlando di persone che lavorano tutto il giorno per portare a casa stipendi che non bastano nemmeno per sopravvivere.
L’attività di Glovo non verrà sospesa, ma sarà affiancata da un amministratore giudiziario incaricato di vigilare sul rispetto delle norme e sulla regolarizzazione dei rapporti di lavoro. Insomma, i rider continueranno a consegnare le nostre pizze e i nostri sushi, ma sotto l’occhio vigile della magistratura.
L’inchiesta su Glovo non è solo un caso giudiziario, ma uno specchio del modello di lavoro della gig economy. Migliaia di rider vengono definiti “autonomi”, ma nella realtà lavorano senza libertà, senza tutele e senza un vero potere di scelta.
Non si tratta di un’eccezione, ma di un sistema costruito per ridurre i costi scaricando i rischi sui lavoratori. Dietro ogni consegna c’è una persona che lavora in condizioni spesso precarie, esposta agli incidenti, al maltempo e a compensi che non garantiscono una vita dignitosa. Questa inchiesta potrebbe segnare un punto di svolta: o il settore cambia davvero, oppure continuerà a crescere sulla fragilità di chi lavora.
E a quel punto la domanda non è solo giuridica o economica, ma etica:
siamo disposti ad accettare questo prezzo per la nostra comodità?
