Ambientato nella Palermo del 1993, il romanzo racconta l’incontro tra Federico, un ragazzo di diciassette anni della Palermo “bene”, e Don Pino Puglisi nel difficile quartiere di Brancaccio. La storia segue Federico, un ragazzo colto, appassionato di Petrarca e della bellezza letteraria, che sogna una vacanza-studio a Oxford. Tuttavia, l’incontro con il suo professore di religione, Don Pino Puglisi, cambia i suoi piani: accettando di aiutarlo a Brancaccio per pochi giorni, Federico viene catapultato in una realtà cruda, segnata dalla povertà e dal controllo della mafia, dove l’infanzia viene calpestata e i ragazzi sono spesso “bambini educati male o educati al male”. In questo contesto, Don Pino non cerca solo di dare un tetto o un pasto, ma si impegna a restituire loro la libertà di scegliere un destino diverso da quello criminale. Quello che doveva essere un impegno temporaneo si trasforma in un viaggio profondo, nel quale il protagonista scoprirà se stesso e il volto nascosto della sua città.
Il titolo del romanzo è un chiaro omaggio a Italo Calvino, che nelle Città invisibili scriveva: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. L’inferno di cui parla D’Avenia è quello della criminalità, dell’indifferenza e della rassegnazione.
Federico impara sulla sua pelle la lezione di Calvino: impara a riconoscere ciò che “non è inferno” nel fango di Brancaccio, come il sorriso di un bambino o la perseveranza costante di Don Pino. D’Avenia utilizza una scrittura poetica ma scorrevole, capace di alternare riflessioni profonde a spaccati di vita quotidiana. Ciò che inferno non è è un libro perfetto per gli adolescenti, ma non solo: trasmette una lezione universale sul coraggio di non voltarsi dall’altra parte di fronte alle ingiustizie, insegnando l’importanza di denunciare e, soprattutto, di restare accanto a chi ha bisogno.
