In questo diario di viaggio, Elias Canetti sceglie di farsi “orecchio” prima ancora che “occhio”.
La sua origine ebraico-sefardita e la sua natura di eterno straniero gli permettono di immergersi nel Marocco degli anni ’50 con una prospettiva unica. Il limite linguistico, il non comprendere l’arabo, diventa lo strumento per un’indagine dell’uomo più profonda: Canetti scava nella grana delle “voci'”, privilegiando l’emozione del suono al significato del termine.
Con uno stile asciutto, quasi chirurgico nella sua precisione, l’autore evita ogni sentimentalismo, offrendo una descrizione onesta e potente che rappresenta l’essenza di un’epoca e di un popolo.
Personalmente c’è qualcosa di profondamente rivelatore in questo racconto: è uno specchio che mette a nudo la nostra ansia da archivisti. Viviamo per accumulare prove visive,come se la memoria avesse bisogno di un supporto digitale per non sentirsi nuda davanti al mondo. Canetti ribalta questo concetto: ci insegna che il monumento è solo pietra silente se non sappiamo ascoltare il brusio umano che lo circonda.
Ci invita a scambiare l’estetica dell’immagine con l’etica dell’ascolto.
Il libro è un insieme di incontri molto potenti in cui il tema è la ricerca di un senso universale che vada oltre le barriere culturali.
La narrazione è frammentata, non c’è una trama, ma si svolge in un fluire di stati d’animo e riflessioni.
Le voci di Marrakech è un libro per chi desidera un’esperienza letteraria piena di riflessioni antropologiche.
Canetti con questo libro, ci invita a rallentare, chiudere gli occhi e sentire quello che ci circonda. Consiglio questo libro a chi ama le letture di viaggio che scavano nell’animo umano e apprezzano un lessico efficace e meditato.
