Da anni ormai gli Stati Uniti rappresentano una delle principali potenze mondiali, se non la più influente in assoluto. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca — dove resterà in carica fino al 20 gennaio 2028 — Washington sembra intenzionata a rafforzare ulteriormente il proprio ruolo nello scenario globale. In quest’ottica si inserisce l’ultima iniziativa promossa dall’amministrazione americana: il Board of Peace, un’organizzazione che, secondo quanto riportato nel documento ufficiale, avrebbe l’obiettivo di «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legale e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto». Ma di cosa si tratta realmente?
Il Board of Peace nasce con l’intento dichiarato di intervenire nella risoluzione dei principali conflitti internazionali, in particolare quello che negli ultimi mesi ha attirato maggiore attenzione mediatica, ovvero la crisi tra Israele e Palestina. Fin dalla sua istituzione, tuttavia, il progetto ha sollevato numerose polemiche, a partire dalla sua struttura interna.
Il primo punto critico riguarda la presidenza. Lo statuto prevede infatti che Donald Trump assuma il ruolo di presidente del Board a tempo indeterminato, senza alcun collegamento diretto con il suo mandato da presidente degli Stati Uniti. Pur essendo affiancato da un Consiglio esecutivo composto da figure di rilievo internazionale — come l’ex primo ministro britannico Tony Blair e l’attuale Segretario di Stato Marco Rubio — il potere decisionale resta fortemente concentrato nelle mani del presidente.
Ulteriori perplessità emergono analizzando le modalità di adesione all’organizzazione. Gli Stati membri sottoscrivono inizialmente un contratto triennale, al termine del quale, per mantenere la propria posizione all’interno del Board, sono tenuti a versare un contributo pari a un miliardo di dollari. Una clausola che ha alimentato il sospetto di una selezione basata più sulle capacità economiche che su una reale condivisione di valori.
Ad oggi, i Paesi aderenti sono 21. Tra questi figurano numerosi Stati asiatici — come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Vietnam — oltre all’Ungheria e a una probabile partecipazione della Russia. In ambito europeo, invece, non sono mancate le opposizioni: Francia e Norvegia, in particolare, hanno rifiutato l’adesione, ritenendo che il Board of Peace possa rappresentare una minaccia all’autorità e al ruolo delle Nazioni Unite.
Anche l’Italia ha espresso forti riserve. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che diversi aspetti dell’organizzazione risultano «incompatibili con la Costituzione italiana». In particolare, è stato richiamato l’articolo 11, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e riconosce le limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità tra gli Stati e all’interno di organismi realmente orientati alla pace e alla giustizia internazionale.
A rafforzare le critiche contribuisce infine l’assetto decisionale del Board. L’adesione è riservata esclusivamente ai Paesi invitati dal presidente, e le decisioni approvate a maggioranza entrano in vigore solo con il suo consenso. In caso di parità, il voto decisivo spetta ancora una volta a Trump, che detiene inoltre il potere di nominare i membri dell’Executive Board, di porre il veto sulle sue decisioni e di fornire l’interpretazione finale dello Statuto.
Ne emerge un sistema formalmente multilaterale, ma sostanzialmente accentrato, in cui gli Stati discutono mentre un singolo vertice ha il potere di convalidare, bloccare o indirizzare ogni esito. Più che un organismo internazionale indipendente, il Board of Peace appare dunque come uno strumento di influenza politica, capace di ridefinire gli equilibri globali. Resta allora aperta una domanda fondamentale: si tratta davvero di un passo verso la pace o dell’ennesima mossa verso una nuova forma di egemonia globale?
