Dopo 423 giorni di prigionia, l’operatore umanitario Alberto Trentini e l’imprenditore Mario Burlò hanno finalmente potuto riabbracciare le proprie famiglie. Una notizia che porta sollievo, ma che lascia anche un peso difficile da ignorare.
Trentini, operatore umanitario con esperienze in Perù, Nepal, Grecia, Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia e Libano, si trovava in Venezuela per lavorare con la ong francese Humanity and Inclusion, impegnata nell’assistenza a persone con disabilità. Pochi giorni dopo il suo arrivo, mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito per una missione, è stato arrestato in un posto di blocco, senza spiegazioni chiare.
“Siamo molto felici, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo”, ha dichiarato l’avvocatessa Alessandra Ballerini. Quel prezzo è fatto di torture fisiche e psicologiche, di paura costante e di disumanizzazione. Le guardie del carcere si chiamavano tra loro con nomi in codice come “Hitler”, “il Diavolo”, “lo Squalo”. Un dettaglio che da solo basta a far capire il clima di terrore che regnava in quel luogo. Le torture avevano nomi quasi assurdi: “la pecèra”, “la vasca dei pesci”, stanze di isolamento in cui i detenuti venivano rinchiusi per più di 20 giorni, fino a 16 ore al giorno, senza poter parlare né muoversi.
Da studente, leggere queste testimonianze è sconvolgente. Fa male pensare che una persona possa essere privata della libertà da un giorno all’altro, senza sapere perché, senza potersi difendere. Fa ancora più paura sapere che tutto questo non appartiene a un passato lontano, ma al nostro presente. Nel 2026 immaginiamo un mondo fatto di tecnologia, progresso, diritti, e invece scopriamo che esistono ancora luoghi dove l’essere umano viene trattato peggio di un oggetto. È impossibile non chiedersi: se è successo a loro, potrebbe succedere a chiunque di noi.
Per questo Trentini ha definito quella prigione non un carcere, ma un vero e proprio “campo di concentramento”: “Uscivamo con la maschera e le manette, come a Guantanamo”, ha raccontato dopo l’atterraggio a Ciampino, dove, ad accoglierli, c’era la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ovviamente i familiari.
Oggi Trentini chiede solo silenzio e un po’ di intimità, “lontani dal clamore di questi mesi, per affrontare il futuro che ci attende”. Una richiesta che fa riflettere: dopo aver vissuto l’orrore e il dolore, ciò che si desidera di più è tornare a sentirsi semplicemente persone.
Alberto Trentini e Mario Burlò tornano a casa segnati da ciò che hanno vissuto, ma anche con una forza che impressiona. La loro storia ci ricorda quanto la libertà sia fragile e quanto sia importante non dare mai per scontati i diritti che abbiamo. Come giovani, come studenti, non possiamo distogliere lo sguardo, conoscere queste storie significa imparare a difendere la dignità umana, sempre e comunque.
