Ogni anno, il 27 gennaio, a scuola si parla del Giorno della Memoria.
Spesso è sempre lo stesso momento: le stesse immagini, le stesse parole, lo stesso silenzio.
A volte qualcuno sbuffa, pensando che sia una storia già sentita troppe volte, e lo ammetto, anch’io me lo sono chiesta… ha davvero ancora senso ricordare?
Il Giorno della Memoria ricorda la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945, ma questa non è solo una data sul calendario e non è solo una lezione di storia, è il ricordo di milioni di persone uccise solo perché ebree, considerate “diverse”, “sbagliate”, una minaccia da eliminare.
È il ricordo di un genocidio che non è nato all’improvviso, ma che è stato il risultato di scelte precise, di leggi, di parole cariche d’odio che, giorno dopo giorno, sono diventate normali.
Quando si parla dell’Olocausto si citano spesso i numeri, circa sei milioni di ebrei uccisi, ma troppo spesso ci dimentichiamo che dietro quei numeri c’erano persone vere: bambini che non hanno mai avuto il tempo di crescere, madri e padri strappati alle loro famiglie, ragazzi poco più grandi di me, con sogni, paure e speranze simili alle mie.
E forse la cosa più difficile da accettare è che, nonostante tutto questo, l’umanità sembra non aver imparato abbastanza.
Guerre, genocidi, discriminazioni e razzismo esistono ancora oggi, cambiano i luoghi e cambiano i nomi, ma il meccanismo è spesso lo stesso.
Per questo il pensiero di Hannah Arendt è ancora così attuale, parlava della “banalità del male”: il male non è fatto solo da mostri, ma da persone comuni che smettono di pensare, che obbediscono, che si voltano dall’altra parte dicendo: “io non c’entro”.
Ed è proprio questo che fa più paura, perchè Il male diventa banale quando nessuno si assume la responsabilità, quando l’odio viene giustificato e quando il silenzio sembra più comodo del coraggio.
L’Olocausto ci ha mostrato fino a dove può arrivare l’essere umano, ma il fatto che qualcosa di simile accada ancora oggi dimostra che ricordare, da solo, non basta.
Ecco perché il Giorno della Memoria ha ancora un senso profondo, non serve solo a guardare indietro, ma a guardarci dentro.
Ci obbliga a chiederci che tipo di persone vogliamo essere, quelle che abbassano lo sguardo o quelle che parlano, anche quando è difficile.
Ricordare le vittime dell’Olocausto significa scegliere di non rendere il male qualcosa di normale.
Io ho quindici anni e non ho vissuto quegli orrori, ma proprio perché non li ho vissuti, sento di avere il dovere di ricordarli.
Perché la memoria non serve al passato: serve al presente e, soprattutto, al futuro.
