Per ricordare l’ottantesimo anniversario della Giornata della Memoria, durante l’assemblea d’Istituto del mese di Gennaio, noi studenti del Majorana Maitani siamo andati al cinema a vedere un film diverso dai consueti strappalacrime sulla guerra. In questo film, sceneggiato, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, non sono presenti scene di violenza fisica, ma sequenze fortemente drammatiche e immagini crude, perché reali, che raccontanole pagine più cruente della storia dell’umanità.
Norimberga è un film che parla dell’omonimo processo, svoltosi nella città tedesca tra il 1945 e il 1946, al termine del quale dodici alti gerarchi nazisti furono condannati a morte. Il protagonista è Douglas Kelley, uno psichiatra americano dalla personalità ambigua, incaricato di esaminare ventidue funzionari del Reich e di impedire che si suicidassero prima del verdetto finale.
La storia si concentra soprattutto sul rapporto tra Kelley e Hermann Göring, un legame apparentemente cordiale, dietro il quale si nasconde un secondo fine che lo psichiatra non rivela al gerarca nazista.
Hermann Göring fu uno dei principali esponenti del regime nazista e stretto collaboratore di Adolf Hitler. Ex asso dell’aviazione nella Prima guerra mondiale, divenne comandante della Luftwaffe e ricoprì importanti incarichi politici ed economici nel Terzo Reich. Ebbe un ruolo centrale nella persecuzione degli ebrei e nella pianificazione della “Soluzione finale”. Processato a Norimberga dopo la guerra, fu condannato a morte ma si suicidò con una pillola di cianuro nel 1946, poche ore prima dell’esecuzione.
Il film si distingue perché non mostra direttamente le atrocità della guerra, ma si concentra sugli aspetti psicologici dei protagonisti, mettendo in luce la banalità del male e il modo in cui i gerarchi nazisti cercavano di giustificare le proprie azioni.
Nel corso del film, le sedute con lo psichiatra mostrano che i gerarchi nazisti sono persone lucide e consapevoli delle proprie azioni. Il rapporto tra Kelley e Göring diventa sempre più complesso fino alla conclusione del processo. Il film si chiude con la condanna dei colpevoli e con il suicidio di Göring, invitando lo spettatore a riflettere sulla responsabilità individuale.
Questa storia mi ha fatto riflettere soprattutto su quanto le persone possano essere forti mentalmente, ma anche sul fatto che, di fronte alla morte, tutti gli uomini siano impotenti. Mi ha colpito in particolare la frase finale: “L’unico indizio per capire ciò che l’uomo può arrivare a fare si evince da ciò che ha già fatto”, che invita a riflettere sul passato per comprendere il presente e il futuro.
