L’era di Nicolás Maduro viene dichiarata conclusa nel modo più brutale possibile: non con nuove elezioni o processi internazionali, ma con un’operazione militare degli Stati Uniti. Soldati americani lo catturano direttamente a Caracas e lo portano negli USA, senza una guerra dichiarata e senza l’autorizzazione di organismi internazionali. L’operazione americana non colpisce un Paese in salute, ma una nazione già in ginocchio.
Donald Trump presenta l’operazione come un successo e l’immagine che passa è fortissima: un presidente in carica trattato come un prigioniero. Ma il punto non è solo Maduro, il vero problema è il messaggio che viene lanciato al mondo.
Con un’azione del genere si afferma, di fatto, che uno Stato può perdere la propria sovranità, che un presidente può essere catturato con la forza e che il diritto internazionale conta solo quando è utile ai paesi più potenti.
Ma perché proprio il Venezuela? Perché è un paese ricchissimo di risorse. Possiede enormi riserve di petrolio, grandi quantità di oro e altri minerali fondamentali, oltre a una posizione geografica strategica. In un mondo in cui le grandi potenze competono sempre di più per energia e materie prime, il Venezuela diventa un obiettivo estremamente appetibile.
In questa visione, Trump non sembra guardare tanto alla democrazia o ai diritti dei popoli, quanto al controllo: controllo delle risorse, dei territori strategici e del potere economico. “Eliminare” Maduro, però, non significa automaticamente migliorare la vita dei venezuelani, se il sistema di potere e di gestione delle ricchezze resta lo stesso, cambia solo la persona al comando, non il problema.
Questo modo di ragionare non riguarda solo il Venezuela. Lo stesso approccio si è visto nelle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia, quando ha parlato apertamente della possibilità di “acquistarla”/conquistarla o comunque di rafforzare il controllo statunitense sull’isola. Anche in quel caso un territorio non viene visto come una comunità con una propria identità, ma come uno spazio strategico, ricco di risorse e fondamentale dal punto di vista militare ed economico. Il messaggio è lo stesso: dove c’è valore, nasce una pretesa di controllo e chi conta davvero è chi ha la forza per prendersi ciò che conta. La sovranità di un paese, in questo scenario, non è più un diritto sicuro, ma qualcosa che può essere tolto.
Questa vicenda ci pone di fronte a un bivio fondamentale. Vogliamo un ordine globale regolato da leggi condivise, per quanto imperfette, o un ritorno alla legge della giungla? Il caso venezuelano dimostra che, quando la forza sostituisce il diritto, nessuno è davvero al sicuro. Oggi tocca a Caracas, ma domani potrebbe toccare a qualunque nazione possieda risorse preziose o una posizione scomoda. Difendere il principio della legalità internazionale non significa difendere un dittatore, come Maduro, ma proteggere l’unico scudo che impedisce al mondo di diventare un teatro di scontri perenni dove vince chi spara per primo.
