di Valentina Carli
Fine giugno, nelle scuole italiane c’è chi festeggia la fine dell’anno scolastico, i corridoi che iniziano a svuotarsi, i registri che finalmente si chiudono e qualcuno programma le vacanze. E poi ci siamo noi: i professori precari.
Siamo sempre più numerosi, siamo sempre più invisibili e per noi questa è la stagione dell’attesa, aspettiamo una data diversa dai colleghi di ruolo: il 30 giugno, il giorno in cui il contratto scade.
E allora no, non sei un professore in ferie, sei un professore disoccupato, una disoccupazione che, economicamente, vedrai forse ad agosto.
E ogni anno la paura è sempre la stessa: “Riusciranno i nostri eroi a tornare in quella classe?”. Perché a certe classi ormai sei legato davvero, sei legato ai colleghi, alle aule, ai progetti messi in piedi con passione e fatica, a quella routine caotica che lentamente diventa una seconda casa. Ti affezioni e non te ne vuoi andare.
Poi arriva fine luglio e siamo tutti lì, mano alla tastiera, davanti all’ennesima procedura ministeriale, perché il Ministero ti concede questa grande “opportunità”: scegliere fino a 150 scuole dove vorresti lavorare. Centocinquanta possibilità di immaginarti un futuro che quasi mai dipende davvero da te e così tanti di noi a settembre si ritrovano a Terni, mentre tanti ternani si ritrovano a Orvieto. Chilometri, treni, stanze in affitto, vite sospese.
Il precariato pesa, per qualcuno diventa un’ossessione e i più giovani a volte vorrebbero mollare tutto. Ecco perché oggi mi trovo a scrivere queste righe, per raccontare come provo ad affrontare la mia precarietà lavorativa, precarietà eterna, direi, perché ero precaria anche prima di entrare a scuola.
Ebbene, così come il mio amato Nietzsche insegna, Io mi aggrappo all’idea stessa della precarietà della vita, non qualcosa da consolare o correggere ma la condizione stessa che rende la vita intensa, tragica e degna di essere amata.
Ho iniziato a rifiutare l’idea di cercare stabilità assolute (siano esse religiose, morali, fisiche e metafisiche) per cercare di sfuggire al caos dell’esistenza, sto imparando a dire “sì” anche all’incertezza, al dolore, al cambiamento. In una sola frase, richiamando ancora la grandezza nicciana, la precarietà come condizione da amare, non da subire.
Io provo a fare questo: assaporare ogni momento senza pensare troppo al fatto che possa essere breve, vivo tutto come se fosse eterno, pur sapendo quanto sia effimero. Me la godo fino in fondo, proprio perché non so se ci sarà ancora.
Forse è questo che il precariato insegna, anche se nessuno lo dice mai: ad abitare il presente, a dare valore alle cose mentre ci sono, a non amare meno qualcosa solo perché potrebbe finire e allora il punto non è smettere di essere precari, ma imparare a restare vivi dentro la precarietà, accettare che alcune cose non ci appartengano per sempre e, proprio per questo, sceglierle ogni giorno con ancora più cura.
Io non so dove sarò a settembre, non so quale corridoio attraverserò, quali nomi imparerò o quali volti incontrerò ma insegnare, forse, è proprio questo: lasciare qualcosa negli altri anche quando non sai quanto a lungo resterai.
La precarietà vista così non mi fa paura, mi ricorda anche che nulla va dato per scontato, né un’aula, né una risata condivisa, né uno sguardo che finalmente si accende.
