Spesso tendiamo a pensare al nostro corpo come a una fortezza inespugnabile, ma la realtà è che siamo fatti di equilibri chimici delicatissimi. Quando introduciamo alcol o sostanze stupefacenti nel nostro sistema, non stiamo solo “cambiando umore”, stiamo letteralmente riscrivendo le regole del nostro funzionamento biologico, con conseguenze che spesso diventano permanenti molto prima di quanto possiamo immaginare.
L’alcol è un ospite ingombrante capace di demolire alcune “pareti” del nostro corpo entrando dentro di noi come una nebbia fitta che rallenta tutto. Non si limita a circolare nel sangue, attraversa con estrema facilità le membrane delle cellule, alterandone la struttura stessa.
Il vero dramma si consuma nelle sinapsi, i ponti di comunicazione tra i neuroni, qui L’alcol fa un doppio gioco pericoloso: da un lato potenzia il “freno” del cervello (il GABA), rendendoci lenti e impacciati, dall’altro disattiva l’acceleratore (il glutammato), impedendoci di fissare nuovi ricordi. È per questo che i “blackout” dopo una sbornia non sono semplici dimenticanze, ma l’incapacità fisica del cervello di scrivere quei dati sulla propria “memoria fissa”. Con il tempo questo abuso porta a una vera e propria atrofia: il cervello si rimpicciolisce, perdendo neuroni che non torneranno mai più.
Mentre l’alcol agisce in modo generalizzato, le sostanze stupefacenti sono come dei cecchini che mirano a bersagli specifici. La loro pericolosità risiede nella capacità di imitare o hackerare i nostri messaggeri naturali.
Prendiamo la cocaina e le anfetamine: esse inondano il sistema di dopamina, la molecola del piacere e della ricompensa. Il problema è che il cervello, per difendersi da questo eccesso innaturale, “chiude” i propri recettori. Il risultato? Dopo l’euforia artificiale, la persona non è più in grado di provare gioia per le cose normali della vita (un tramonto, un abbraccio, un buon pasto), perché il suo sistema del piacere è stato letteralmente bruciato. L’eroina, invece, si sostituisce alle nostre endorfine naturali, quelle che ci servono per gestire il dolore. Quando il cervello si abitua a ricevere questo sollievo dall’esterno, smette di produrre le proprie difese. Così, quando l’effetto svanisce, anche il minimo stimolo diventa un dolore insopportabile, rendendo la persona schiava della sostanza solo per sentirsi “normale”.
Il punto più critico riguarda i giovani. Un cervello adolescente è come un cantiere ancora aperto, introdurre alcol o droghe (comprese la cannabis e l’hashish, che possono indurre stati di confusione mentale e allucinazioni) in questa fase significa danneggiare le fondamenta stesse della propria personalità e delle capacità cognitive future. Oltre ai neuroni, non dobbiamo dimenticare il resto della “squadra”: il fegato, che lavora incessantemente fino a logorarsi (cirrosi), e il cuore, che viene sottoposto a stress inauditi durante le crisi di intossicazione acuta o overdose.
Non si tratta solo di “effetti collaterali”, ogni assunzione è un piccolo tassello di salute che viene rimosso. La consapevolezza del danno neuronale (quel processo silenzioso ma inesorabile di morte cellulare e alterazione chimica) è il primo passo per capire che il benessere venduto da queste sostanze è, in realtà, un prestito ad altissimo interesse che il nostro corpo pagherà per il resto della vita.
