Dopo 116 anni di storia, l’Orvietana Calcio ha smesso di esistere. Una società storica, protagonista per molti anni in Serie D e capace di raggiungere il proprio apice nella stagione 1947-48 con la partecipazione alla Serie C.
La fine del club è legata al fallimento della Ternana Calcio e alla decisione del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, di acquistare il titolo sportivo dell’Orvietana per fondare la Ternana Men. Una scelta che ha cancellato in poche settimane oltre un secolo di storia calcistica.
A pagarne le conseguenze saranno soprattutto centinaia di ragazzi del settore giovanile, destinati allo svincolo, insieme a staff e allenatori che da un giorno all’altro si ritroveranno senza lavoro. E tutto questo arriva proprio nel momento migliore della storia recente del vivaio biancorosso: in questa stagione le Under 15 e Under 16 avevano conquistato i titoli regionali, mentre lo scorso anno l’Under 17 aveva raggiunto la semifinale Scudetto. Risultati che dimostravano il valore del lavoro costruito negli anni.
La vicenda ha inevitabilmente generato polemiche e indignazione. Ma forse c’è anche un altro aspetto su cui riflettere. Negli ultimi anni Orvieto ha perso attività storiche, negozi sul corso, servizi importanti e persino il tribunale, spesso nel silenzio generale e con reazioni molto più contenute. La scomparsa dell’Orvietana, invece, ha acceso un dibattito enorme.
Questo non significa che la rabbia per la fine della società sia sbagliata. Anzi. Dimostra quanto il calcio venga percepito come identità, appartenenza e simbolo della città. Però evidenzia anche una contraddizione: tante altre realtà fondamentali per il territorio sono sparite quasi nell’indifferenza, mentre il calcio continua ad avere una forza emotiva e sociale che nessun altro ambito sembra più possedere.
Nel calcio moderno si possono comprare titoli sportivi, cambiare nomi e cancellare storie. Ma 116 anni di sacrifici, passione e appartenenza non dovrebbero mai avere un prezzo.
